Come installare Arch Linux

La distribuzione GNU\Linux Arch Linux è nota per essere tanto complessa nell’installazione quanto soddisfacente nel funzionamento. Vediamo insieme come installarla!

Attenzione!

Questa guida non è adatta per chi desidera installare Arch Linux senza saggiare il proprio spirito con la pazienza e il desiderio di imparare. Nel seguito troverai spiegazioni più o meno dettagliate (ho cercato di fare il meglio possibile) sulle procedure e sui comandi che si incontrano lungo l’installazione, consigli su come impostare al meglio un sistema GNU/Linux e riferimenti all’eccellente Arch Wiki. Il tutto è pensato per evitare di fare continue ricerche su ogni argomento, compattando il tutto in un’unica guida e mostrando i link delle informazioni riportate (nel caso vogliate approfondire ancora di più).

La seguente distribuzione non è per principianti, procedete solo se siete simpatizzanti del mitico pinguino e siete armati di pazienza e un minimo di conoscenza sui comandi Bash.

La distribuzione Arch Linux

Il logo della distribuzione Arch Linux

Arch Linux è una distribuzione Linux per sistemi a 64 bit basata sul concetto KISS (Keep It Simple, Stupid) cui principi sono:

  • Semplicità: Il software viene fornito così come è stato creato, aggiustando solo quel che serve per funzionare al meglio
  • Modernità: Il sistema riceve sempre il software all’ultima versione (rolling release) per essere installato una sola volta ed essere sempre aggiornato
  • Pragmatismo: I principi sono da considerarsi linee guida e ci si concentra sui dibattiti tecnici del software
  • User centrality: Non è importante attirare utenti, ma renderli partecipi riportando bug o patch correttive
  • Versatile: Non focalizzare l’attenzione su determinati ambiti (scientifici o tecnici), ma essere generica e pronta per ogni uso

Tra le varie caratteristiche, quelle più rilevanti sono:

  • Arch User Repository: un enorme contenitore di programmi, mantenuto dalla comunità, rendendo Arch Linux una delle distribuzioni Linux con più software a disposizione.
  • Altamente personalizzabile: non esiste un Desktop Environment (DE) predefinito su Arch Linux, potete scegliere quello che più vi piace e personalizzarlo come meglio preferite. Tra questi DE, non si possono non menzionare i seguenti:
    • KDE: Il più evoluto e il più personalizzabile, a mio avviso. Si basa su delle ottime librerie grafiche (le QT) e fornisce molte (forse troppe) applicazioni per qualunque uso
    • Gnome: Controparte di Kde basata sulle librerie grafiche GTK, cerca di coniugare la semplicità con l’eleganza, lasciando i compiti più particolari alle applicazioni specifiche (per gestire i vostri dischi non potrete fare a meno di Gnome Disk)
    • XFCE: Il topolino più famoso del panorama Gnu/Linux, che rimarca in parte l’idea di semplicità e eleganza da Gnome unendole alla leggerezza. Si presta bene per computer non molto recenti o per configurazioni dove molti applicativi vengono eseguiti insieme e la Ram a disposizione non è sufficiente
    • LXDE: Quando la leggerezza è fondamentale. Offre le impostazioni e le funzioni base per avere un desktop snello e funzionale
    • LXQT: Evoluzione di LXDE che mantiene la sua ricerca di leggerezza con un tocco di moderna eleganza offerta dalle librerie QT
    • OpenBox
    • Mate
    • Cinnamon
    • Deepin
  • Imparare sperimentando: La distribuzione Arch Linux è, a mio avviso, un ottimo modo per sporcarsi le mani sopra il sistema e gestirlo in maniera completa, come un meccanico che approccia su un nuovo motore. Una volta presa dimestichezza, potrete godere di competenze e conoscenze sul mondo Linux utili per il mondo del lavoro. Con Arch Linux imparerete ad usare i principali sistemi e comandi del mondo GNU/Linux, gli standard (SystemD, Xorg, Wayland), le utility (Tlp, Laptop Mode Tools, Powertop) e i comandi più noti per la gestione del sistema (lsusb, lsblk, lspci, systemctl, top, …)
  • Pacman: Installare software su Arch Linux è semplice se fatto con attenzione; Il software viene installato assieme ad un minimo di sotto-programmi per permetterne il corretto funzionamento (dipendenze) e, allo stesso tempo, venite informati su quali altri sotto-programmi (dipendenze opzionali) potrebbero essere richiesti per permettere o aggiungere alcune funzionalità. Questa scelta permette di mantenere il sistema leggero e di installare solo quello che serve. Il gestore dei pacchetti Pacman realizza in maniera efficacie quanto detto sopra, oltre ad aiutarvi a gestire tutto il software con pochi e semplici comandi
I loghi e le mascotte dei DE più utilizzati nel mondo Linux

Occorrente

Per la seguente installazione è necessario:

  • Cavo di rete Ethernet collegato al vostro router
  • Accesso ad Internet tramite cavo di rete Ethernet
  • Una chiavetta USB dove installare la distribuzione Ubuntu scaricabile da qui (il motivo per cui vi consiglio di scaricare Ubuntu sarà chiaro a breve)
  • Una seconda chiavetta USB dove installare la distribuzione Arch scaricabile a questo link (oppure prelevando il file iso)

Se dovete usare Windows e non potete/volete ricorrere ad una macchina virtuale, conviene prepararsi una terza chiavetta USB con sopra installato Windows, usando l’apposito strumento scaricabile da qui. In alternativa, potete usare Rufus cliccando sulla freccetta alla destra di “SELEZIONA”, quindi “DOWNLOAD“, infine scegliere le opzioni offerte dai menù a tendina.

Preparativi: Rufus e GParted

Iniziamo la nostra avventura preparando le chiavette USB tramite Rufus, in versione portable scaricabile da qui.

Avviamo il Bios del nostro pc/portatile (di solito è raggiungibile tramite la pressione di F2 o di Canc), quindi cerchiamo la voce “SATA Configuration” per impostarlo su “AHCI“, infine, impostiamo la nostra chiavetta USB con Ubuntu come prima voce di avvio.

Il motivo per cui avviamo Ubuntu è semplice: Arch Linux viene fornita con un set di programmi minimale (si, avete capito bene, niente interfaccia grafica all’avvio, solo interfaccia testuale), quindi è utile agevolare una parte dell’installazione con software apposito, meglio se disponibile da subito con interfaccia grafica. Procediamo al caricare Ubuntu lasciando l’opzione “Try Ubuntu without install“, quindi premiamo il tasto “Windows” e digitiamo “gparted“. Il programma impiega qualche secondo ad avviarsi, per poi presentarsi in tutta la sua disarmante semplicità

gparted avvio
GParted appena avviato
Breve excursus sui filesystem

Prima ancora di definire uno schema di partizionamento, l’utente meno smaliziato potrebbe trovarsi spaesato per la quantità di filesystem presenti e utilizzabili su Arch Linux. È ovvio che ogni filesystem ha i suoi pregi e difetti, oltre che essere più o meno predisposto ad essere utilizzabile su hard disk meccanico o su SSD.

A cosa serve un filesystem?

Per filesystem si intende quel meccanismo che controlla come i dati vengono archiviati e letti sul disco, garantendo l’integrità e la loro leggibilità all’utilizzatore umano.

Quale filesystem scelgo?

Questa guida è la migliore in circolazione per i filesystem ext4 e xfs; In sintesi:

  • xfs risulta ottimo per grossi carichi di lavoro (file di grandi dimensioni) con meccanismi per garantire l’integrità dei file e la deframmentazione
  • ext4 si presta benone per ogni carico di lavoro (file di qualunque dimensione) con i soliti meccanismi di integrità e deframmentazione.

Una lista più ampia è riportata qui sotto:

  • ext4: Molto veloce sotto tanti aspetti e con qualunque dimensione dei file, raccomandato per gli SSD
  • jfs: Buona alternativa per file di piccole o grosse dimensioni, ma soffre di alcuni problemi d’integrità (potete cercare nelle discussioni su Reddit o su stack exchange)
  • xfs: Ottimo per file di grandi dimensioni, lento sugli antagonisti di piccole dimensioni
  • btrfs: Ottime performance in generale, con buona probabilità andrà a sostituire ext4, quando sarà collaudato, per via delle sue funzionalità

Una buona idea è creare partizioni con ext4 per via delle buone performance e delle funzionalità presentate, soprattutto in caso di SSD.

Come è strutturata la root nelle distribuzione Linux?
Ecco come si presenta il contenuto della root in una distribuzione Ubuntu

In estrema sintesi:

  • /bin: Contiene i comandi principali spesso richiamati da terminale, tipo ls, mv, touch, etc..
  • /boot: Contiene i programmi necessari all’avvio della distribuzione Linux
  • /dev: Tutte le unità esterne vengono indicate in questa cartella come file
  • /etc: Contiene i file di configurazione attinenti ai programmi installati
  • /home: Qui trovano posto tutti le cartelle dell’utente (o degli utenti) che, a loro volta, contengono i file dell’utente specificato (tipo i documenti, gli mp3 e i pdf)
  • /lib: Contiene tutte le librerie condivise tra i programmi
  • /media: Qui sono presenti dei file attinenti alle unità esterne montate
  • /mnt: Qui sono presenti file attinenti a periferiche esterne
  • /opt: Contiene file di alcuni programmi (ad esempio le Java Development Kit e MatLab)
  • /proc: Contiene, sotto forma di file, tutti i processi attivi sul sistema, cioè quelle attività richieste dall’utente per avere determinate funzionalità o eseguire certe procedure (ad esempio comunicare con la stampante di rete o contattare un server esterno per conoscere il meteo in tempo reale)
  • /sbin: Contiene file in formato binario riservati agli amministratori di sistema
  • /tmp: Contiene file temporanei che vengono creati solo durante una sessione, quindi cancellati ad un riavvio o spegnimento
  • /usr: Contiene utility e file condivisi
  • /var: Contiene i log di sistema (registrazioni sequenziali delle operazioni effettuate da utenti o automatizzate) e file attinenti al gestore di pacchetti

Schema di partizionamento

Arch Linux non impone particolari configurazioni, è sufficiente assegnare una partizione a root, una di swap ed una per gestire in maniera corretta l’avvio (boot). Uno schema di partizionamento migliore, a mio avviso, è il seguente:

  1. root: Indicata con “/”, contiene i file di sistema e le librerie, oltre che tutti i programmi. 20 GB sono sufficienti per le comuni installazioni, ma 45 GB sono preferibili. E’ un’ottima idea utilizzare tale partizione su di un SSD. Impostate il “Partition name” e la “Label” come “LINROOT“, vi aiuterà nel seguito.
  2. swap: Partizione utilizzata quando si esaurisce lo spazio in RAM, fondamentale. La dimensione di questa partizione dipende dal quantitativo di Ram installata sulla vostra configurazione, se non sapete come muovermi allora:
    • La regola d’oro per una corretta dimensione della swap è che sia il doppio della Ram (se avete 2 GB di Ram allora la swap dovrebbe essere grande 4 GB)
    • La proposta di Ubuntu per una corretta dimensione della swap, spiegata sull’excursus più sotto
  3. efi: La partizione per il sistema UEFI sulla quale installare il bootloader. Su quest’ultimo troverete un excursus in seguito, per il momento impostate una dimensione di 350 MB creata sul disco principale, con filesystem “fat32“.
  4. var: La partizione dove sono contenuti file di sistema e non, oltre i pacchetti e i dati importanti di pacman. Nella Arch Wiki si consiglia di creare la partizione con una dimensione da 8 GB a 12 GB ma, per esperienza, è preferibile usare almeno 25 GB. Per questa partizione scegliete un filesystem che sia veloce con i piccoli dati (ext4) e presenti funzionalità di integrità (potreste provare anche reiser4, ma non garantisco un miglioramento). Impostate il “Partition name” e la “Label” come “LINVAR“, vi aiuterà nel seguito. Per via della sua natura, è meglio creare la partizione per /var su di un hard disk meccanico (SCONSIGLIATO SU SSD)
  5. home: E’ la partizione dove verranno gestiti tutti i vostri documenti, i vostri download, le immagini, gli audio e i video. Le dimensioni dipendono dagli usi e può essere creata su di un SSD. Impostate il “Partition name” e la “Label” come “LINHOME“, vi aiuterà nel seguito.
  6. data: Anche se non prevista, è ottima cosa creare questa partizione su un hard disk meccanico per utilizzarla come contenitore di file scaricati, backup, dati spesso usati (meglio spostarli qui che lasciarli sulla partizione home presente sull’ SSD) e cartelle di compilazione per i vostri progetti (ricordatevi che l’ SSD ha una vita più breve dell’hard disk ed è meglio non sforzarlo con carichi poco importanti)
Leggi anche:  Linux, il cubo magico e il Black Friday di riprovaci.it

Per evitare possibili mal di testa, potete seguire le seguenti indicazioni:

PC o portatile con SSD/NVME e HDD

Di solito la dimensione del SSD/NVME è minore rispetto un semplice HDD, quindi sul vostro SSD potete creare le partizioni ext4:

  • Efi (sempre come prima partizione e posizionata all’inizio del disco)
  • Root
  • Home
  • C:\ di Windows (nel caso in cui avete bisogno del dual boot)

mentre le altre partizioni possono essere create sull’hard disk meccanico, tipo:

  • Swap (formattata con il tipo “linux-swap“)
  • Var (ricordatevi che ext4 è una delle migliori scelte per questa partizione)
  • Data
  • D:\ di Windows (nel caso in cui avete bisogno del dual boot)

Quindi, una volta avviato Gparted, procediamo partizionando il nostro hdd (o i nostri hard disk) nella maniera preferita. Ricordatevi di creare all’inizio del disco la partizione EFI!

Pc o portatile con solo SSD/NVME

In questo caso create le sole partizioni consigliate sull’ SSD/NVME, sempre ext4. Ricordatevi di creare all’inizio del disco la partizione EFI!

Pc o portatile con solo hard disk meccanico

Procedete come meglio preferite (potreste anche sperimentare altri filesystem). Ricordatevi di creare all’inizio del disco la partizione EFI!

Breve excursus sulla swap

Il dibattito sulla grandezza di questa partizione è sempre vario e interessante, tant’è che il FOSS, un autorevole portale d’informazione linuxiano, riporta una discussione con i consigli delle distribuzioni. Se la regola d’oro sopra riportata sembra mettere pace nella discussione, quest’ultima si riaccende se consideriamo l’ibernazione.

Ibernazione?

Per ibernazione intendiamo quel processo che copia tutto il contenuto della Ram nella swap (ad esempio i programmi aperti) e impone di far ripartire il sistema operativo con i dati così copiati, quindi spegne completamente il Pc/portatile. Al successivo avvio troveremo il tutto come prima di ibernare il sistema. Questa procedura risulta eccellente per svariati motivi, tipo per la durata della batteria, al costo di attendere i tempi di avvio del sistema operativo e si contrappone alla sospensione

Sospensione?

Per sospensione intendiamo lo stop di ogni programma in esecuzione per mettere il Pc/portatile nella modalità basso consumo. Si può uscire dallo stato di sospensione con la semplice pressione di un qualunque tasto sulla tastiera o aprendo lo schermo del portatile (triggers, azioni pre-impostate che si eseguono in determinate occasioni o eventi).

Quindi?

Su un sistema Gnu/Linux si possono usare i due metodi in maniera (quasi) equivalente, con l’unica variazione di impostare la giusta dimensione dell’area di swap nel caso dell’ibernazione.

La proposta di Ubuntu

Il team dietro Ubuntu consiglia una procedura abbastanza particolare

  • Se la RAM è minore di 1 GB, la dimensione della swap deve essere il doppio della Ram per permettere la funzione di ibernazione
  • Se la RAM è più grande di 1 GB, la dimensione della swap deve essere pari alla radice quadrata della Ram (arrotondata per difetto, per esempio, con 2 GB di Ram è sufficiente 1 GB di swap)
  • Se l’ibernazione è richiesta, la dimensione della swap deve essere la somma della grandezza della Ram e della radice quadrata di questa (ad esempio con una Ram di 2 GB è necessario uno spazio di swap pari a 2 GB + 1 GB = 3 GB)
RAMSwap Size (No ibernazione) Swap size (Si ibernazione)
 256MB 256MB 512MB
 512MB 512MB 1GB
 1GB 1GB 2GB
 2GB 1GB 3GB
 3GB 2GB 5GB
 4GB 2GB 6GB
 6GB 2GB 8GB
 8GB 3GB 11GB
 12GB 3GB 15GB
 16GB 4GB 20GB
 24GB 5GB 29GB
 32GB 6GB 38GB
 64GB 8GB 72GB
 128GB 11GB 139GB
Le altre proposte

La soluzione preferita dagli ingegneri Red Hat è di impostare una dimensione dell’area di swap pari al 20% della Ram. Il team di CentOs, invece, propone una soluzione molto interessante:

  • Doppio della Ram se quest’ultima è minore di 2 GB
  • La dimensione della Ram più 2 GB se la Ram è maggiore di 2 GB

Sentitevi liberi di scegliere quale proposta sia la più interessante; Per esperienza e per dovere di cronaca, sia la regola d’oro che la proposta di Ubuntu non mi hanno mai dato problemi.

Termine dei preparativi

Procedete creando le partizioni nella maniera che più preferite (incluse quelle destinate a Windows in caso di Dual Boot), quindi lasciate che Gparted faccia il suo lavoro cliccando sulla spunta verde e confermando la successiva finestra di dialogo (magari preparatevi un caffè nell’attesa). Terminato il tutto, potete chiudere Ubuntu e scegliere se installare Arch Linux in dual boot con Windows o come singolo sistema

Lo schema di partizione su di un portatile con setup SSD/NVME e Hard disk meccanico

Dual Boot con Windows

Se avete bisogno del dual boot con Windows, riavviate il vostro Pc/portatile con la chiavetta USB Windows preparata in precedenza, quindi seguite i passi dell’installazione. Installare prima Windows poi Arch Linux è la procedura raccomandata nella ArchWiki

Avvio

Collegate il cavo Ethernet alla vostra macchina e assicuratevi che sia possibile accedere ad Internet con questo. Inserita la chiavetta USB, vi troverete davanti ad una schermata di avvio minimale. Selezionate la prima opzione e premete Invio, quindi attendete il caricamento. Se vi si presenta una schermata come questa

Arch Linux 5.3.1-arch1-1-ARCH (tty1)
archiso login: root (automatic login)
root@archiso ~ #

vuol dire che siete pronti ad installare (finalmente) Arch Linux.

Impostiamo il corretto layout di tastiera

Controlliamo le impostazioni della tastiera attraverso il comando

localectl status

che restituisce le seguenti righe

   System Locale: LANG=en_US.UTF-8
       VC Keymap: n/a
      X11 Layout: n/a

ciò significa che la tastiera è impostata sul layout americano, quindi impostiamo il corretto layout di tastiera (quello italiano)

loadkeys it

Verifica del corretto avvio

Passaggio importante è verificare il corretto avvio (boot mode). Arch Linux fornisce un utile modo per controllare ciò, basta digitare il seguente comando:

ls /sys/firmware/efi/efivars

Se il risultato del comando è un listato di varie “scritte” (la directory non è vuota), potete assumere che l’avvio è avvenuto in modalità Uefi, viceversa, l’avvio è avvenuto in modalità Bios. Ricordatevi che potete completare un comando tramite la pressione del tasto “Tab“.

Impostare il font del terminale

Nel caso in cui il font della console non sia di vostro gradimento, potete sempre cambiarlo scegliendone uno tra i disponibili nell’apposita cartella

ls /usr/share/kbd/consolefonts/

quindi basta dare il seguente comando per cambiare il font (per esempio scegliendo come font Agafari-14.psfu.gz)

setfont /usr/share/kbd/consolefonts/Agafari-14.psfu.gz

Tra i font che potete utilizzare, consiglio:

  • drdos8x14.psfu.gz per usare un font molto simile al font utilizzato dal DOS.
  • iso01.14.gz per usare un font standard che includa la maggior parte dei caratteri noti.
  • lat0-16.psfu.gz un buon font con adeguata grandezza dei caratteri, molto facile da leggere.
  • cp857.16.gz in alternativa al precedente, più fine.

Per esempio, se scegliete il font drdos8x14.psfu.gz, è sufficiente dare il comando:

setfont /usr/share/kbd/consolefonts/drdos8x14.psfu.gz

Verificare la connessione ad Internet con cavo di rete Ethernet collegato

Il passo successivo consta nella verifica della connessione, quindi per conoscere il nome delle interfacce di rete è sufficiente dare il comando

ip link

che vi restituisce una lista delle sopra citate interfacce, tipo:

1: lo: <LOOPBACK,UP,LOWER_UP> mtu 65536 qdisc noqueue state UNKNOWN mode DEFAULT group default qlen 1000
    link/loopback 00:00:00:00:00:00 brd 00:00:00:00:00:00
2: enp1s0f1: <BROADCAST,MULTICAST,UP,LOWER_UP> mtu 1500 qdisc fq_codel state UP mode DEFAULT group default qlen 1000
    link/ether xx:xx:xx:xx:xx:xx brd ff:ff:ff:ff:ff:ff
3: wlp2s0: <BROADCAST,MULTICAST,UP,LOWER_UP> mtu 1500 qdisc noqueue state UP mode DORMANT group default qlen 1000
    link/ether xx:xx:xx:xx:xx:xx brd ff:ff:ff:ff:ff:ff

tralasciando la prima voce, la seconda voce identifica l’interfaccia Ethernet mentre la terza l’interfaccia WiFi. È sufficiente vedere la prima lettera della voce, tutte le interfacce che necessitano di cavo Ethernet iniziano per “e“, quelle wireless per “w“.

Il nome delle interfacce varia leggermente a seconda delle configurazioni. Di default non dovreste avere problemi con la rete, per accertarvene date un ping:

ping -c 3 www.google.com

il quale si collega per 3 volte (-c sta per count) al sito di google. Se la risposta che otteniamo è come la seguente:

PING www.google.com (012.345.678.910): 56 data bytes
64 bytes from 012.345.678.910: icmp_seq=0 ttl=52 time=66.078 ms
64 bytes from 012.345.678.910: icmp_seq=1 ttl=52 time=79.740 ms
64 bytes from 012.345.678.910: icmp_seq=2 ttl=52 time=27.664 ms

--- www.google.com ping statistics ---
3 packets transmitted, 3 packets received, 0.0% packet loss
round-trip min/avg/max/stddev = 27.664/57.827/79.740/22.046 ms

allora il vostro Pc/portatile è collegato ad Internet, viceversa potete richiedere al vostro router/modem di fornirvi un indirizzo IPv4 per poter comunicare su Internet (breve approfondimento su DHCP qui):

dhcpcd enp1s0f1

sostituite a “enp1s0f1” il nome della vostra interfaccia di rete. Potete anche provare a collegarvi via WiFi per procedere con l’installazione.

Connettersi con il WiFi durante l’installazione

Arch Linux non fornisce supporto per connessioni wireless all’avvio, nel caso fosse necessario, provate i seguenti comandi:

ip link

Questo comando restituisce le interfacce di rete rilevate al momento dell’installazione, tra queste cercate quella per il WiFi, di solito inizia sempre con al lettera “w”. Per esempio, se la vostra interfaccia WiFi è definita come “wlo1″, procedete attivandola:

ip link set wlan0 up

Se non ricevete nessun errore di questo tipo

SIOCSIFFLAGS: No such file or directory

allora potete procedere richiedendo al vostro router/modem un indirizzo IPv4 tramite DHCP

dhcpcd wlan0

Ho ricevuto il messaggio di errore, come procedo?

Semplice, se vuoi impazzire ancor prima di iniziare dovresti leggere qui, altrimenti prendi un cavo Ethernet (poi mi ringrazierete).

Impostate l’orologio di sistema

Ora è necessario verificare che l’orologio sia configurato correttamente, quindi digitate:

timedatectl status

che vi informa sulle impostazioni per la data e per i fusi orari, quindi aggiustiamo i valori con:

timedatectl set-ntp true

per richiedere di sincronizzare l’orario tramite Internet (preferibile). Per approfondire sul comando “timedatectl“, potete vedere qui.

Partizionamento dell’hard disk

L’ultimo passo da eseguire prima di poter iniziare a installare il sistema è il partizionamento del vostro hard disk. Date il comando:

lsblk

per avere la lista completa delle partizioni create nel passo precedente. Il comando restituisce una tabella delle partizioni presenti sulle unità collegate e attive, ad esempio:

NAME       MAJ:MIN RM   SIZE RO TYPE MOUNTPOINT
loop0        7:0    0   XXXM  1 loop /run/archiso/airootfs
sda          8:0    0 238,5G  0 disk 
├─sda1       8:1    0    94M  0 part 
├─sda2       8:2    0  38,2G  0 part /
├─sda3       8:3    0 199,4G  0 part /home
└─sda4       8:4    0   882M  0 part /boot
nvme0n1      8:0    0 238,5G  0 disk 
├─nvme0n1p1  8:1    0    94M  0 part 
├─nvme0n1p2  8:2    0  38,2G  0 part /
├─nvme0n1p3  8:3    0 199,4G  0 part /home
└─nvme0n1p4  8:4    0   882M  0 part /boot
sr0         11:0    1  1024M  0 rom  

potete confrontare il codice qui sopra riportato con le due immagini riportate qui sotto

quindi “lsblk” riporta tutte le informazioni sulle partizioni create in precedenza. Analizziamo la tabella per comprendere meglio l’output:

  • La colonna “NAME” mostra il nome dell’unità su cui risiede la partizione, di solito:
    • Gli hard disk meccanici vengono identificati con l’etichetta “/dev/sdXY” (tipo “/dev/sda“)
    • Le unità NVME vengono identificati con l’etichetta “/dev/nvmen1XY” (tipo “/dev/nvmen1p1“)
    • Le unità SSD presentano etichette simili agli hard disk meccanici
    • L’etichetta “loop” è un file montato come se fosse una memoria di massa (potete approfondire qui), spesso individua le chiavette USB e i pacchetti snap
    • Le unità CD/DVD presentano l’etichetta “srX
  • La colonna “MAJ:MIN” indica, rispettivamente, il numero massimo di partizioni che potete creare sull’unità e il numero della partizione considerata. Ad esempio per l’unità “/dev/sda” il valore 8:2 indica che sull’unità “/dev/sda” è possibile avere un massimo di 8 partizioni e che la partizione con nome/dev/sda2
  • La colonna “RM” (removable) presenta il valore 1 se la partizione/unità è rimovibile, altrimenti
  • La colonna “SIZE” indica la grandezza dell’unità (o della partizione)
  • La colonna “RO” (read-only) presenta il valore 1 se la partizione/unità può essere solamente letta, altrimenti
  • La colonna “TYPE” vi specifica se si tratta di una unità (disk), di una partizione (part) o di un file montato come memoria di massa (loop)
  • La colonna “MOUNTPOINT” vi aiuta a capire quale directory è montata sulla partizione considerata
Leggi anche:  Come costruire un Server NextCloud con un vecchio portatile

Per esempio, se avete uno schema di partizionamento di questo tipo:

  • Efi come fat32 su unità SSD/NVME come /dev/nvme0n1p1
  • root su unità SSD/NVME come /dev/nvme0n1p2
  • home su unità SSD/NVME come /dev/nvme0n1p4
  • swap su hard disk meccanico come /dev/sda1
  • var su hard disk meccanico come /dev/sda2
  • data su hard disk meccanico come /dev/sda4

iniziamo con la partizione di swap

mkswap /dev/sda1

per poi attivarla

swapon /dev/sda1

Ora possiamo montare la partizione principale/

mount /dev/nvme0n1p2 /mnt

Controlliamo se il tutto è andato a buon fine con il comando “lsblk“, quindi procediamo creando le directory relative ad ogni partizione con relativo mountpoint

mkdir /mnt/home
mount /dev/nvme0n1p4 /mnt/home

mkdir /mnt/var
mount /dev/sda2 /mnt/var

mkdir /mnt/data
mount /dev/sda4 /mnt/data

mkdir /mnt/boot
mount /dev/nvme0n1p1 /mnt/boot

Per essere sicuri che tutto sia andato a buon fine, è sufficiente leggere il valore di “MOUNTPOINT” dal comando “lsblk“. Se non è vuoto e ad ogni partizione è presente la directory creata, potete procedere.

Se utilizzate un SSD, è molto conveniente verificare e attivare il Trim, al fine di allungare la vita del vostro SSD. Digitate da terminale il comando:

lsblk --discard

e verificate quali partizioni presentano un valore diverso da 0 per le colonneDISC-GRAN” e “DISC-MAX”. Annotate le partizioni che richiedono il Trim, vi servirà in seguito.

Come posso cambiare/modificare una partizione?

Nel caso in cui siete tanto spericolati da non voler ricorrere a GParted, potete ricorrere a parted, un software creato per gestire le partizioni (ovvero GParted senza GUI). Una volta richiamato con il comando

parted

vi trovate davanti alla schermata

GNU Parted 3.2
Viene usato /dev/sda
Benvenuti in GNU Parted. Digitare "help" per l'elenco dei comandi.
(parted) 

quindi richiamo l’help per la lista di comandi

GNU Parted 3.2
Viene usato /dev/sda
Benvenuti in GNU Parted. Digitare "help" per l'elenco dei comandi.
(parted) help
  align-check TIPO N                        Controlla la partizione N per
        l'allineamento TIPO(min|ott)
  help [COMANDO]                           Mostra l'aiuto generale o sul COMANDO
  mklabel,mktable TIPO_ETIC                Crea una nuova etichetta del disco
        (tabella delle partizioni)
  mkpart TIPO_PART [TIPO_FS] INIZIO FINE   Crea una partizione
  name NUMERO NOME                         Chiama la partizione NUMERO come NOME
  print [device|free|list,all|NUMERO]      Visualizza la tabella delle
        partizioni, i device disponibili, lo spazio libero, tutte le partizioni
        trovate o una particolare partizione
  quit                                     Esce dal programma
  rescue INIZIO FINE                       Ripristina una partizione persa
        vicino a INIZIO e FINE
  resizepart NUMERO FINE                   Ridimensiona la partizione NUMERO
  rm NUMERO                                Elimina la partizione NUMERO
  select DEVICE                            Sceglie il device da modificare
  disk_set FLAG STATO                      Modifica il FLAG sul device
        selezionato
  disk_toggle [FLAG]                       Commuta lo stato del FLAG sul device
        selezionato
  set NUMERO FLAG STATO                    Modifica il FLAG sulla partizione
        NUMERO
  toggle [NUMERO [FLAG]]                   Commuta lo stato del FLAG sulla
        partizione NUMERO
  unit UNITÀ                               Imposta l'unità predefinita a UNITÀ
  version                                  Stampa la versione e le informazioni
        sul copyright di GNU Parted
(parted) 

Selezionate l’unità dove è situata la partizione /le partizioni da modificare (ad esempio /dev/sda)

select /dev/sda

quindi stampate le partizioni presenti con “print

(parted) print
Modello: ATA ST1000LX015-1U71 (scsi)
Disco /dev/sda: 1000GB
Dimensione del settore (logica/fisica): 512B/4096B
Tabella delle partizioni: gpt
Flag del disco: 

Numero  Inizio  Fine    Dimensione  File system     Nome     Flag
 1      1049kB  21,5GB  21,5GB      linux-swap(v1)  LINSWAP
 2      21,5GB  48,3GB  26,8GB      ext4            LINVAR
 4      48,3GB  678GB   630GB       ext4            LINDATA
 3      678GB   1000GB  322GB       ntfs            WINDATA  msftdata

(parted)   

Per rimuovere una partizione, usate “rm” seguito dal numero di questa (ad esempio per eliminare la partizione con nome “WINDATA” avente numero 3)

rm 3

quindi date “mkpart” e seguite la procedura facendo attenzione al valore di start e di end.

Un altro utile programma per gestire le partizioni (e dotato di interfaccia testuale più comoda) è cgdisk.

Installazione

Selezioniamo i mirror più veloci modificando il file

nano /etc/pacman.d/mirrorlist

E’ sufficiente premere “CTRL + K” per eliminare una per una le righe dei Server non europei, quindi diamo “CTRL + X” e poi “Y” per salvare le modifiche al file. Poi digitiamo il comando

pacstrap /mnt base nano iputils dhcpcd

per installare buona parte dei pacchetti core e network che utilizzeremo fin da subito.

Installazione del Kernel

Arch Linux mette a disposizione ben 4 versioni del kernel:

  • La versione stable con nome di pacchettolinux
  • Una versione improntata alla sicurezza con nome di pacchettolinux-hardened
  • La long term support con nome di pacchetto “linux-lts
  • La versione liquorix che utilizza alcuni interessanti miglioramenti e hack per un kernel più reattivo sul lato multimediale e gioco, con nome di pacchettolinux-zen

Se non sapete quale scegliere, vi invito a leggere questa guida del sommo Greg Kroah-Hartman, altrimenti scegliete la versione di default (linux). Diamo il comando:

pacstrap /mnt linux linux-firmware crda

Impostiamo il file FSTAB

Il file fstab serve per informare il sistema di come siano individuate e gestite le partizioni. Generiamolo per elencare le partizioni di cui sopra

genfstab -U /mnt >> /mnt/etc/fstab

e aprite il file appena generato

nano /mnt/etc/fstab

poiché è consigliabile modificare le opzioni “relatime” in “noatime” per un aumento di performance.

Impostazioni per il primo avvio

Entriamo nella nuova installazione per effettuare le opportune regolazioni mediante chroot:

arch-chroot /mnt

quindi settiamo il fuso orario

ln -sf /usr/share/zoneinfo/Europe/Rome /etc/localtime

e impostiamolo sullo standard UTC

hwclock --systohc

Impostiamo la lingua e la tastiera

Arch Linux mette a disposizione un comodo script per generare i locales, i quali indicano ai programmi in quale lingua fornire l’output, oltre a definire alcune importanti impostazioni. Per eseguire lo script dobbiamo prima di tutto modificare il seguente file:

nano /etc/locale.gen

e decommentare (cancellate solamente il cancelletto #) le seguenti opzioni:

en_US.UTF-8 UTF-8
it_IT.UTF-8
it_IT ISO--8859-1
it_IT@euro ISO-8859-15

potete anche cancellare le righe che non vi servono premendo la combinazione di tasti “CTRL + K“. Terminato il tutto, diamo il comando:

locale-gen

che avvia lo script responsabile della generazione dei locales. Propaghiamo le modifiche al sistema settando il file:

nano /etc/locale.conf

in questo modo:

LANG=it_IT.UTF-8

quindi la tastiera

nano /etc/vconsole.conf

con l’opzione:

KEYMAP=it

Hostname e rete

In questa sezione è necessario definire il nome del vostro Pc/portatile sulla rete, quindi modifichiamo il file:

nano /etc/hostname

e inseriamo il nome scelto, tipo:

TUF_FX_705

In generale conviene scegliere un nome piccolo e usare solo gli underscore “_”. Tenete bene a mente il nome scelto, perché deve essere aggiunto al file “hosts“, quindi diamo il comando

nano /etc/hosts

al suo interno dobbiamo inserire i seguenti valori:

127.0.0.1	localhost
::1		localhost
127.0.1.1	myhostname.localdomain	myhostname

ovviamente sostituite a “myhostname” il nome scelto in precedenza e scritto sul file “/etc/hostname“, ad esempio:

127.0.0.1	localhost
::1		localhost
127.0.1.1	TUF_FX_705.localdomain	TUF_FX_705

Completiamo il tutto preparandoci ad installare il bootloader con il comando:

mkinitcpio -P

e scegliendo la password per i privilegi di amministratore (le azioni da root)

passwd

Bootloader

Arch Linux mette a disposizione un nutrito set di bootloader, ciononostante, Grub rimane il preferito. Iniziamo con l’installazione dei pacchetti:

pacman -S grub efibootmgr freetype2 fuse2 dosfstools os-prober mtools

quindi procediamo incrociando le dita:

grub-install --target=x86_64-efi --efi-directory=/boot --bootloader-id=GRUB

Questo comando crea una nuova voce di avvio con etichetta id GRUB, se volete dare un nome più appropriato potete sostituirlo con uno semplice e senza spazi

grub-install --target=x86_64-efi --efi-directory=/boot --bootloader-id=ArchLinux

Se appare la scritta “No error reported“, complimenti, avete quasi terminato l’installazione di Arch Linux. Ora dobbiamo installare il microcode per la vostra CPU.

Se sul vostro Pc/portatile avete una CPU Intel, installate il pacchettointel-ucode

pacman -S intel-ucode

altrimenti

pacman -S amd-ucode

quindi aggiorniamo il file di configurazione di Grub

grub-mkconfig -o /boot/grub/grub.cfg

A questo punto la Arch Wiki consiglia di riavviare il vostro Pc/portatile, quindi usciamo dall’ambiente di chroot

exit

smontiamo tutte le partizioni

umount -R /mnt

e riavviamo senza togliere il cavo di rete Ethernet

reboot

Post installazione

Ricordatevi di impostare l’ordine di avvio nel vostro Bios di modo che la prima voce sia quella del Grub. Eseguite la login usando “root” come username e la password creata prima di installare il Grub.

Perfetto, siete entrati nella vostra nuova installazione Arch Linux! Ne avvertite il nero potere che trasuda dallo schermo? Purtroppo, allo stato attuale, non è possibile fare granché con questa installazione (e la Arch Wiki non si spreca più di tanto se non dando delle indicazioni generali).

Tenete a mente che, da qui in poi, vengono forniti dei consigli su cosa installare e come configurare un sistema ArchLinux con le tipiche funzionalità offerte dalle altre distribuzioni.

Iniziamo controllando le interfacce di rete con il comando:

ip link

cercate l’interfaccia di rete Ethernet connessa con il cavo di rete Ethernet e attivatela, ad esempio:

ip link set enp3s0 up

quindi avviamo dhcpcd di modo che venga assegnato un indirizzo IP dal vostro Router e sia possibile installare i pacchetti

dhcpcd enp3s0

possiamo dare il solito ping verso Google per verificare che la connessione sia stabilita

ping -c 3 www.google.it

Trim per gli SSD/NVME

L’uso di SSD/NVME, costruiti con memorie flash, richiede di abilitare il Trim al fine di allungare la vita degli stessi e bilanciare i carichi di lavoro. Prima di procedere, assicuratevi che la vostra unità SSD/NVME possa gestire il Trim con il comando

lsblk --discard

e verificate quali partizioni presentano un valore diverso da 0 per le colonneDISC-GRAN” e “DISC-MAX”.

Su Arch Linux si hanno due tipi di Trim, non utilizzabili insieme

  1. Periodic Trim (è il metodo suggerito da molte comunità Linux e non presenta problemi al momento)
  2. Continuous TRIM (alcune unità presentano problemi con questo metodo, se una delle vostre unità SSD rientra in questo report allora usate il metodo periodic Trim e tenetevi aggiornati su questo link)
Periodic Trim

Avete già tutto l’occorrente per abilitare il periodic Trim, basta avviarlo tramite SystemD con i seguenti comandi:

systemctl enable fstrim.timer
systemctl start fstrim.timer

Se volete verificare la correttezza del comando (e quando la procedura verrà avviata) basta dare il comando

systemctl list-timer

e cercare la voce “fstrim.timer” alla colonna “UNIT“.

Continuous TRIM

ATTENZIONE: Al momento di scrittura è stato segnalato che alcune unità presentano problemi di freeze con questo metodo; È preferibile ricorrere al metodo periodic Trim. Procedete a vostro rischio!

Per attivare il continuos Trim, è necessario che tutte le partizioni dell’ SSD siamo formattate con ext4. quindi inserite l’opzione discard nel file fstab come l’esempio qui sotto:

nano /etc/fstab

UUID=2d3bfe2f-b071-4e3c-be06-3d1c0d86552d /               ext4    rw,noatime,discard 0       1
# /boot was on /dev/sda4 during installation
UUID=6255b69d-bdde-4825-9747-0ca1668ae459 /boot           ext4    defaults        0       2
# /home was on /dev/sda3 during installation
UUID=14eea182-6cc2-4c9c-84f1-9b2633387317 /home           ext4    rw,noatime,discard        0       2
/swapfile                                 none            swap    sw              0       0

User e gruppi

Ora dobbiamo aggiungere il nome dell’utente e tutto ciò che riguarda quest’ultimo, visto che usare la vostra nuova installazione solo con l’account di root non è per niente una buona idea. Il comando è:

useradd -m -s /bin/bash username

con “username” da sostituire con il nome da voi scelto, ad esempio, se vogliamo usare “Recensility” come nome utente, dobbiamo dare il comando

useradd -m -s /bin/bash Recensility

al solito, evitate spazi e caratteri troppo particolari. Definiamo anche una password per il nuovo utente

passwd username

sostituendo “username” con il nome da voi scelto. Ora è necessario decidere quale meccanismo utilizzare per ottenere i privilegi da amministratore adatto ad eseguire le operazioni vitali (quali installare pacchetti, gestire le partizioni, avviare i demoni di sistema etc…). Su Arch Linux possiamo scegliere due metodi:

  • su (pronto all’uso)
  • sudo (richiede una piccola procedura)
Leggi anche:  Il multithreading nei moderni sistemi operativi
Su

Per ottenere i privilegi di amministratore dovete soltanto digitare da riga di comando

su

e immettere la password di root.

Sudo

Per eseguire un comando con privilegi di amministratore è sufficiente scrivere “sudo” seguito dallo stesso comando. Se vogliamo aggiornare il sistema, ad esempio, è sufficiente dare il comando

sudo pacman -Syu

Procediamo installando il pacchetto:

pacman -S sudo

quindi informiamo il sistema di voler modificare il file di configurazione di sudo tramite l’editor nano (e non con l’editor vi)

export EDITOR=nano visudo

infine dobbiamo informare il sistema che il nome utente sopra definito possa richiedere i privilegi di amministratore, quindi

visudo

e decommentiamo la riga seguente (è sufficiente cancellare il cancelletto “#“)

# %wheel ALL=(ALL) ALL

ora aggiungiamo il nostro nome utente al gruppo wheel“, sempre sostituendo “username

gpasswd -a username wheel

Effettuiamo un test uscendo dall’attuale sessione con l’account root e provando ad aggiornare il sistema con il nuovo utente creato. Diamo

exit

per tornare alla finestra di login, inseriamo il nome dell’utente, quindi la sua password. Proviamo ad aggiornare il sistema con

sudo pacman -Syy

e dopo aver letto cosa dice il comando sudo, verifichiamo la corretta esecuzione del comando di aggiornamento. Nel seguito continuiamo a svolgere le operazioni di con l’utente appena creato.

Cups

Se avete intenzione di connettere una stampante (o accedere ad una stampante di rete), avrete necessità di installare Cups. Procediamo installando i pacchetti:

sudo pacman -S cups cups-pdf gsfonts foomatic-db-engine foomatic-db foomatic-db-ppds foomatic-db-nonfree foomatic-db-nonfree-ppds gutenprint foomatic-db-gutenprint-ppds

quindi abilitando il servizio di SystemD

sudo systemctl enable org.cups.cupsd.socket

e avviandolo

sudo systemctl start org.cups.cupsd.socket

infine, aggiungiamo il nostro utente al gruppo per gestire le stampanti, sostituendo “username” (al solito)

sudo gpasswd -a username sys

Il resto della configurazione dipende dal DE che sceglierete.

Samba

Se avete necessità di accedere ai file di altri Pc/portatili presenti in rete, dovreste installare samba (il client, non il server):

sudo pacman -S smbclient

AUR e Pacman

Arrivati a questo punto, avrete da subito colto l’efficienza e la sobrietà del gestore di pacchetti Pacman, qualità che non colmano i pochi pacchetti presenti nei normali repository e il desiderio di avere un output con le informazioni messe in risalto. Prendiamo due piccioni con una fava installando pikaur, che permette di accedere e scaricare i programmi presenti in AUR e fornisce un output più leggibile.

Cos’è AUR?

Arch User Repository (AUR) è un repository sostenuto dalla comunità per utenti Arch. Contiene le descrizioni dei pacchetti (i PKGBUILD) che ti permettono di compilare i sorgenti grazie al comando makepkg e quindi installarli con pacman. AUR È stato creato per creare e scambiare pacchetti tra la comunità e per aiutarne lo sviluppo, inclusi i pacchetti del repository community.

Dalla Arch Wiki: https://wiki.archlinux.org/index.php/Arch_User_Repository_(Italiano)
Come si installano i pacchetti da AUR con pikaur?

Date i seguenti comandi:

sudo pacman -S --needed base-devel git
git clone https://aur.archlinux.org/pikaur.git
cd pikaur
makepkg -fsri

quindi potete dare il comando

pikaur -Syu

per vedere quanto diventi comodo l’output formattato. Vi invito a leggere il suo readme per capire quali comandi utilizzare, altrimenti potete anche rifarvi alla Arch Wiki per conoscere la procedura standard.

ATTENZIONE!

Prima di procedere all’installazione di un pacchetto prelevato da AUR, dovete sempre tenere a mente questi passi:

  • Informarsi sulla ArchWiki circa il pacchetto (oltre che sul forum)
  • Leggere con attenzione i commenti del pacchetto che volete scaricare (disponibili alla pagina del pacchetto)
  • Dare un’occhiata al file PKGBUILD onde evitare brutte sorprese e/o mal di testa e notti insonni
  • Ricordatevi sempre che l’aiuto non vi è dovuto, procedete a vostro rischio e siate pronti a trovare voi stessi la soluzione ad un problema

Ora miglioriamo le performance di Pacman scegliendo uno dei due metodi

  • Usando wget
  • Usando powerpill tramite pikaur (preferibile)
Velocizzare il download di Pacman con wget

È un metodo veloce, ma produce molte informazioni non interessanti. Installiamo wget

sudo pacman -S wget

quindi modifichiamo il file di configurazione di Pacman

sudo nano /etc/pacman.conf

e decommentando (cancellando il cancelletto “#”) delle seguenti voci

XferCommand = /usr/bin/wget --passive-ftp -c -O %o %u
Velocizzare il download di Pacman con il wrapper Powerpill

Un metodo preferibile per migliorare le performance di Pacman è l’uso del wrapper PowerPill. Installiamolo con pikaur

pikaur -S powerpill

premiamo il tasto “s” per continuare l’installazione, quindi il tasto “n” per vedere il pkgbuild. Se viene visualizzato l’errore “makepkg –fallito“, al menù premete il tasto “p” e proseguite con tranquillità.

Testate il wrapper dando il comando di aggiornamento

sudo powerpill -Syu
Miglioriamo l’output di Pacman

Modifichiamo il file di configurazione di Pacman

sudo nano /etc/pacman.conf

decommentando (cancellando il cancelletto “#”) le seguenti voci

Color
TotalDownload

così facendo, Pacman enfatizzerà le informazioni utili con i colori e vi mostrerà

Gestione dei file compressi

Per gestire i file compressi, è sufficiente installare i seguenti pacchetti:

sudo pacman -S unrar unzip zip unace

oppure, se usate il wrapper Powerpill

sudo powerpill -S unrar unzip zip unace

Cpupower e thermald

Per avere una migliore gestione della vostra CPU, procedete installando il pacchetto cpupower

sudo pacman -S cpupower

oppure, se usate il wrapper Powerpill

sudo powerpill -S cpupower

quindi abilitate il servizio

sudo systemctl enable cpupower.service

e avviatelo

sudo systemctl start cpupower.service

 

Thermald si occupa di mantenere fresco il vostro Pc/portatile, calibrando la velocità delle ventole a seconda del carico. Se avete una CPU Intel, potete installarlo grazie ad AUR:

pikaur -S thermald

quindi abilitate e avviate il servizio

sudo systemctl enable thermald.service
sudo systemctl start thermald.service

Bluetooth e Network Manager

A prescindere dal DE che utilizzerete, è necessario abilitare il sistema di gestione Bluetooth e lasciare gestire a NetworkManager le connessioni di rete. Iniziamo con il Bluetooth installando il protocol stack ufficiale:

sudo pacman -S bluez

se avete necessità di usare alcune funzionalità Bluetooth da riga di comando, potete installare anche:

sudo pacman -S bluez-utils

quindi dovete abilitare e avviare il servizio:

sudo systemctl enable bluetooth.service
sudo systemctl start bluetooth.service

NetworkManager fornisce molte funzionalità utili se accompagnato dai seguenti pacchetti

sudo pacman -S networkmanager dhclient modemmanager mobile-broadband-provider-info usb_modeswitch rp-pppoe

la GUI verrà offerta dal DE (KDE o Gnome), se sceglierete un DE differente installate anche l’apposita applet:

sudo pacman -S network-manager-applet

Procedete all’abilitazione del servizio

sudo systemctl enable NetworkManager

ma non avviatelo onde evitare conflitti con dhcpcd. Se volete usare una VPN, date un’occhiata qui.

Gestione energetica

Su Arch Linux potete scegliere tra vari tools per gestire l’efficienza energetica del vostro portatile, ciononostante reputo TLP il più efficacie:

pacman -S tlp tlp-rdw ethtool acpi_call bash-completion lsb-release smartmontools x86_energy_perf_policy

Esiste una comoda GUI scaricabile da AUR:

pikaur -S tlpui-git

Bilanciare i carichi della CPU e aggiustare la priorità dei processi

Per evitare che qualche processo occupi per troppo tempo un core della CPU, potrebbe essere utile installare irqbalance, cui compito è distribuire gli hardware interrupts sui core liberi per migliorare le performance (qui un ottima guida)

pacman -S irqbalance

quindi abilitiamo e attiviamo il servizio

systemctl enable irqbalance.service
systemctl start irqbalance.service

Ananicy è un’utility che ridefinisce la giusta priorità dei processi in automatico

pikaur -S ananicy-git

al solito, abilitiamo e avviamo il servizio

systemctl enable ananicy
systemctl start ananicy

Xorg

Xorg è il server grafico necessario a passare dal mondo del terminale a quello delle interfacce grafiche. Potete anche utilizzare il più recente Wayland se non siete deboli di cuore e avete una configurazione solo Intel o solo AMD (leggete qui i requisiti minimi). Per esperienza diretta, non affidatevi ancora a Wayland e optate per il buon vecchio Xorg:

sudo pacman -S xorg-server

oppure, se usate il wrapper Powerpill

sudo powerpill -S xorg-server
Intel

Se avete una GPU Intel, vi consiglio di seguire la guida apposita. Una tipica installazione con processore Intel recente potrebbe richiedere i seguenti pacchetti:

sudo pacman -S mesa vulkan-intel xf86-video-intel libxrandr libxinerama libxcursor libxtst libxss intel-media-driver libva-intel-driver

oppure, se usate il wrapper Powerpill

sudo powerpill -S mesa vulkan-intel xf86-video-intel libxrandr libxinerama libxcursor libxtst libxss intel-media-driver libva-intel-driver

Utility

Una volta installato Xorg e scelto il vostro fido DE, avrete necessità di installare il software più comune. Vediamo assieme quali

Browser

Per Firefox e per Opera, potete ricorrere ai repository ufficiali:

pacman -S firefox 
pacman -S opera

per Google Chrome (e per tutti gli altri), invece, dovete richiedere l’intervento di pikaur

pikaur -S google-chrome

Ufficio

Il sempre verde LibreOffice è presente sia nella versione più aggiornata

pacman -S libreoffice-fresh

che in versione testata

pacman -S libreoffice-still

Qualunque sia la vostra scelta, avrete bisogno anche dei seguenti pacchetti per un’esperienza ottimale

pacman -S java-runtime libmythes beanshell coin-or-mp

Miglioriamo i font

I font presenti di default non sono granché, quindi affidiamoci a font collaudati e studiati per non affaticare gli occhi

sudo pacman -S ttf-ubuntu-font-family

Conclusioni

Siamo giunti al termine di questa guida su Arch Linux, una distribuzione che rappresenta spesso gioie e dolori di molti linuxiani. Per qualunque domanda o curiosità, non esitate a lasciare un commento qui o sul forum! Ricordatevi:

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Author: Alessandro Giaquinto

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